Perché vi occupate di politica se vi chiamate Giornalismo Scientifico?
La divulgazione scientifica non implica affatto l’obbligo di espungere ogni considerazione politica. Scienza e politica sono ambiti distinti, ma non separati: le decisioni politiche incidono sui finanziamenti alla ricerca, sulla libertà accademica, sulle politiche ambientali, sulla sanità pubblica, sull’innovazione tecnologica e, più in generale, sul rapporto tra conoscenza scientifica e società. Non a caso anche grandi riviste internazionali come Nature e Science dedicano spazio sistematico alle implicazioni politiche della ricerca.
Questo, però, rende ancora più importante distinguere fatti, interpretazioni e opinioni. Un divulgatore può certamente esprimere posizioni politiche personali; ciò che va evitato è presentare un giudizio politico come se fosse una conclusione scientifica, oppure utilizzare l’autorevolezza acquisita in un determinato campo per conferire automaticamente validità scientifica a opinioni che appartengono invece alla sfera politica.
È una distinzione che riguarda anche personaggi infinitamente più noti e influenti di noi, come lo storico Alessandro Barbero, il fisico Carlo Rovelli o il matematico Piergiorgio Odifreddi. Tutti hanno espresso, in libri, interviste o interventi pubblici, valutazioni politiche e geopolitiche che non appartengono necessariamente al loro specifico ambito disciplinare. Alcune di queste posizioni sono state fortemente contestate e, nel caso di Barbero, alcuni suoi interventi sulla guerra in Ucraina e sulla Russia sono stati interpretati dai critici come eccessivamente indulgenti verso le posizioni russe o filorusse.
Ma proprio qui sta il punto: esprimere un'opinione politica è legittimo; attribuirle automaticamente lo status di verità scientifica è un'altra cosa.
La differenza sostanziale è quindi tra autorità scientifica e autorità comunicativa. Essere uno storico, un fisico o un matematico di grande prestigio conferisce autorevolezza nel proprio campo di competenza; non costituisce, di per sé, una certificazione di correttezza per ogni giudizio politico, economico o geopolitico espresso al di fuori di quel campo.
E questo vale anche per noi.
Non abbiamo mai sostenuto di essere immuni dalle critiche, né pretendiamo che ciò che pubblichiamo debba essere accettato acriticamente. Al contrario, una corretta comunicazione scientifica dovrebbe rendere esplicita la distinzione tra dati verificabili, interpretazioni e opinioni editoriali.
Ma da questo non deriva affatto che dobbiamo giustificare ogni nostra scelta davanti a chiunque ritenga di avere il diritto di stabilire cosa possiamo pubblicare.
Noi abbiamo un pubblico infinitamente più piccolo di quello di Barbero, Rovelli o Odifreddi. Proprio per questo non abbiamo bisogno di attribuirci un'autorità che non possediamo e, soprattutto, non abbiamo bisogno dell'autorizzazione di nessuno per esistere, discutere, dissentire o assumere una posizione editoriale.
La libertà editoriale, naturalmente, comporta responsabilità: verificare le informazioni, distinguere i fatti dalle opinioni, correggere gli errori quando necessario e accettare il confronto. Ma responsabilità non significa subordinazione al giudizio di chi legge.
E c'è infine una distinzione ancora più semplice.
Puoi criticare ciò che pubblichiamo. Puoi contestare le nostre argomentazioni. Puoi sostenere che una nostra posizione sia sbagliata. Puoi persino ritenerci incoerenti.
Quello che non puoi fare è pretendere di stabilire tu le regole editoriali di una testata che non è tua.
Questa è casa nostra.
Qui decidiamo noi cosa pubblicare, come impostare un articolo, quale posizione assumere quando riteniamo opportuno farlo e persino quale titolo dare alla nostra pagina.
Il confronto è libero.
La proprietà editoriale, invece, no.
Il titolo della pagina lo scegliamo noi. Punto.
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