Bonaccini vs Meloni: davvero chi vota a destra è meno colto di chi vota a sinistra?
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Nel pieno della polemica politica, le parole di Stefano Bonaccini – secondo cui la destra raccoglierebbe consenso “in maniera maggioritaria tra chi ha meno titoli di studio, sta peggio economicamente e vive nelle periferie” – sono state difese come una semplice analisi sociologica. Il problema è che, appena si passa dalle dichiarazioni ai dati reali, quella lettura mostra crepe evidenti, e in alcuni casi diventa una vera e propria semplificazione ideologica.
Partiamo dai fatti. È vero che negli ultimi anni alcuni studi mostrano una correlazione tra livello di istruzione e orientamento politico. Ma Bonaccini compie un salto logico decisivo: trasforma una tendenza statistica debole e parziale in una chiave interpretativa generale del voto. Ed è qui che i numeri iniziano a smentirlo.
In Italia, i dati di Istat raccontano una realtà molto diversa da quella evocata nel dibattito politico. Il Paese ha una quota relativamente bassa di laureati: circa un adulto su cinque. Questo significa che la maggioranza degli elettori – di qualsiasi partito – non possiede un titolo universitario. Tradotto brutalmente: se davvero votassero a destra “quelli che hanno studiato meno”, allora anche gran parte degli elettori di sinistra rientrerebbe nella stessa categoria. È una distinzione che, nei numeri italiani, collassa su se stessa.
Ma c’è di più. Sempre secondo Istat, chi ha livelli di istruzione più bassi mostra, paradossalmente, una fiducia nei partiti leggermente superiore rispetto ai più istruiti. Questo dato ribalta completamente la narrazione implicita: non siamo di fronte a cittadini “meno consapevoli”, ma a gruppi sociali che hanno un rapporto diverso con la politica, spesso più diretto e meno filtrato dalle élite culturali. Altro che deficit di cultura.
Anche sul piano internazionale, la tesi di Bonaccini regge solo a metà. È vero che in molte democrazie occidentali si è verificato uno spostamento: una parte dell’elettorato con alta istruzione tende oggi a votare per partiti progressisti. Ma questo fenomeno non ha nulla a che vedere con una presunta superiorità culturale. Gli studi più seri lo spiegano in modo opposto: è la sinistra che si è progressivamente trasformata in un blocco di élite urbane e istruite, perdendo il contatto con le classi popolari. Non è la destra ad aver “conquistato gli ignoranti”, è la sinistra ad aver abbandonato i suoi elettori storici.
E qui emerge il nodo politico che Bonaccini sfiora senza affrontarlo davvero. Quando si osserva che il voto alla destra è più forte tra chi sta peggio economicamente o vive nelle periferie, si sta descrivendo una frattura sociale, non un deficit culturale. Ridurre tutto al titolo di studio significa ignorare il fattore decisivo: la condizione materiale. Chi percepisce insicurezza, precarietà o declino tende a votare chi promette protezione e cambiamento. Non perché “capisce meno”, ma perché vive problemi diversi.
La stessa polemica esplosa con Giorgia Meloni nasce proprio da questa ambiguità. La premier ha accusato Bonaccini di considerare gli elettori di destra “ignoranti da compatire”, mentre lui ha replicato parlando di una frase estrapolata da un ragionamento più ampio . Ma il punto non è la polemica politica: è che quella frase, anche nel suo contesto completo, riflette una visione che i dati non sostengono fino in fondo.
Il vero errore è concettuale. Il titolo di studio viene usato come scorciatoia per definire la cultura, quando invece sono due cose profondamente diverse. In Italia esiste una vasta area di competenze tecniche, artigianali e imprenditoriali che non passa dall’università ma costituisce una parte essenziale del tessuto economico. Pensare che queste persone votino in base a una minore capacità di comprensione significa adottare una lente elitista, non scientifica.
In definitiva, i numeri non confermano l’idea che chi vota a destra sia meno colto. Confermano invece qualcosa di molto più scomodo: il voto segue sempre più le linee della disuguaglianza sociale, della geografia urbana e della percezione di sicurezza. Bonaccini individua un fenomeno reale – la perdita di consenso della sinistra tra le classi popolari – ma lo interpreta attraverso una chiave riduttiva che finisce per oscurare il problema invece di chiarirlo.
E forse è proprio questo il punto più critico: continuare a leggere il voto come una questione di “istruzione” non aiuta a capire la realtà, ma rischia di allargare ancora di più la distanza tra chi analizza la società e chi la vive ogni giorno.
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